14
ago
2015
33

Una line up tutta in rosa

Preambolo - Voglio ringraziare Elena Bertolini che due anni fa ha avuto la bella idea di organizzare un boat trip di sole ragazze alle Maldive (il primo nella storia del surf italiano) e SurfCamp.it per aver reso possibile questo viaggio. Ho un discreto numero di viaggi di surf alle spalle, ma questo è senza dubbio uno di quelli che ricorderò con più piacere e che sarà sempre in grado di strapparmi una risata. Ringrazio anche le mie compagne di viaggio che l’hanno reso così speciale. Spero che vi ritroviate in queste memorie di viaggio “tardive”.

48 ore prima della partenza - Prima di partire per un boat trip di surf alle Maldive che cosa fareste? Imballereste accuratamente la tavola. Aggiornereste incessantemente la pagina di Magicseaweed alla ricerca della swell perfetta diretta verso il “vostro” spot. Selezionereste 4 stracci da buttare in valigia. Lo stretto necessario a “vestire” quei pochi centimetri di pelle che è sufficiente coprire in un posto in mezzo all’Oceano Indiano in cui la temperatura media si aggira attorno ai 28 gradi. Io no.

A 48 ore dalla partenza mi trovo su un Freccia Rossa, sparata a 300 chilometri all’ora da Torino verso Roma, sepolta da quotidiani, riviste e Bignami di diritto. La strada verso il Paradiso maldiviano per me passa infatti attraverso il Purgatorio. Nel mio caso il Purgatorio è l’esame per diventare giornalista professionista. I miei sentimenti sono discordanti e contradditori come la roba che ho stipato in fretta e furia in valigia: il bikini accanto alla camicia inamidata, la paraffina insieme alla Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni.

Un momento prima penso che aspettavo di fare un viaggio del genere da quando avevo iniziato a surfare e mi avevano regalato la videocassetta di “Poetic Silence”, un video di surf di sole surfiste in navigazione tra le isole dell’Indonesia. Penso che mi aspettano onde perfette, natura incontaminata, sole, acqua calda… Sì acqua calda, ma prima la doccia fredda. Tutto a un tratto ritorno sul pianeta terra. Ricordo che domani ho l’esame e mi ritrovo a sperare che nel mondo non succeda niente di nuovo oltre alle solite, ordinarie tragedie. L’esame sarà infatti sulla strettissima attualità. Quindi, nel caso stanotte morisse il Dalai Lama o scoppiasse una guerra civile, che so, in Lussemburgo, in un pugno di ore dovrei diventare un’esperta in merito e tirare fuori dal cilindro 2500 smaglianti battute spazi inclusi.“Respira, respira”. Mi dico, mentre il treno arriva a Tiburtina e il mio cuore si tuffa di nuovo in terra dal terrore. Improvvisamente è tutto azzurro.

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Ho un ricordo confuso di tutto quello che è successo dal “consegni il compito signorina” al momento in cui capisco che sono atterrata sul pianeta Maldive. È tutto finito (per lo meno il pezzo impegnativo di questo viaggio) e quando me ne rendo conto sono su un’onda, la mia prima onda in Paradiso. Improvvisamente è tutto azzurro. La parete dell’onda si apre davanti a me. È liscia e limpida come il cristallo. Vedo perfettamente il fondale come se mi avessero piazzata davanti a un acquario. La scena è così bella e perfetta da sembrare finta. Mi scappa pure un urletto stupido.

Esco dall’onda prima di finire spiaccicata tra i coralli dell’inside, mi guardo attorno e non riesco a smettere di sorridere come una cretina. Siamo solo noi 7 sulla line-up. Queste onde irreali e questo paesaggio da cartolina sono solo nostri. Chi se ne frega di Priebke (responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, morto qualche giorno prima e diventato protagonista del mio articolo d’esame). Chi se ne frega del suo funerale (che non si sa ancora dove fare), Chi se ne frega dei neo nazisti (che vorrebbero un funerale in grande stile). E chi se ne frega pure dei neo comunisti (che ce l’hanno a morte con i neo nazisti per un funerale che mai vorrebbero celebrare). Che venissero tutti alle Maldive e facessero la pace con l’Universo intero!

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I nodi vengono al pettine e… incredibilmente si sciolgono - Ero preoccupata all’idea delle onde, di surfare in un posto nuovo dopo mesi di culo attaccato a una sedia in cui mi sono alimentata esclusivamente di cibi “random” trovati nel frigo. Sfogliare le pagine di un libro è stato il mio unico “workout”. L’ultima onda presa me la ricordo solo perché mi ha sparecchiata per ere geologiche prima di restituirmi esanime alla spiaggia. Era ormai più di due mesi fa, a Balangan, la mareggiata di 8 piedi che ti fa capire il tuo posto nell’universo del surf.

Le Maldive sono diverse. Diciamo che la motivazione personale è in grado di fare miracoli senza che necessariamente sia sostenuta dalla prestanza e preparazione fisica. Le onde sono più docili. Scordatevi gli schiacciasassi indonesiani. A parità di dimensione a Malè Nord, le onde arrivano con su scritto “giostra: buon divertimento” e non “mina anti-uomo: sto per lanciarti nello spazio come l’uomo cannone”.

Ero in pensiero anche all’idea di sei donne (che non conoscevo a parte una che non vedevo da anni) su una barca in mezzo al mare. Sei donne sono una potenziale bomba a orologeria anche sole dentro a una stanza. Cosa sarebbe successo? Avremmo litigato per le onde strappandoci i capelli le une con le altre? Avremmo fatto a gara a chi stesse meglio in bikini… io di certo quel “contest” lo avrei perso. Niente di tutto questo. Su quella barca ho avuto la fortuna di trovare uno straordinario campionario di tipi umani e questo viaggio, senza di loro, non sarebbe stato lo stesso.

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L’ho capito bene solo dopo sei mesi, quando sono tornata alle Maldive, sempre a Malè Nord e sempre in barca, ma questa volta con un “dream-team” only men. I ragazzi vogliono surfare fino a quando non gli si staccano le braccia dal resto del corpo. I ragazzi vogliono surfare sempre l’onda più grossa sulla “piazza” a costo di cercarla per ore. I ragazzi non sono interessati a niente che non siano le onde.

Con le ragazze è diverso perché l’imperativo categorico non è surfare, o per lo meno non solo. Il diktat è divertirsi. Quindi poco importa che le onde non siano mostri di 4 metri, che si rimanga in acqua 3 ore invece di 6 o che ci si conceda un po’ di tempo per esplorare le isole o inseguire un branco di delfini.

C’è Elena B. che tra noi è la più esperta quanto a viaggi. C’è Giulia, la fitness coach dalla risata contagiosa. C’è Giovanna, la veneta cazzuta e sbadata allo stesso tempo. C’è Elena T. che surfa da poco ma ha una determinazione granitica. C’è “Bambini” (ribattezzata così dal capitano che ci sente chiamarla “bambina”), Giorgia R. , che malgrado la tenera età ci mette tutte in riga con il suo senso pratico. Poi ci sono io, Giulia M. , un po’ come Giovanna, ma molto meno cazzuta e molto più svampita. Forse è per questo che su quella barca io e lei ci contendiamo il titolo di Dory (vi ricordate “Finding Nemo”?). Dimenticavo. Alla fine c’è anche Enzo. Chi è Enzo? Un povero malcapitato che voleva andare alle Maldive prima che finisse la stagione buona per le onde. Così deciso da non valutare le conseguenze di finire su una barca di sole donne! Povero Enzo, costretto a fare da regista alle nostre minc@#*%e.

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The captain’s words of wisdom - Questa cosa ve la dovete ficcare in testa se volete affrontare un viaggio in barca, che sia alle Maldive o alle Mentawai, che sia only men, only girls o cats&dogs. Il capitano ha sempre ragione e bisogna ascoltarlo. Noi lo abbiamo imparato a nostre spese. Tra gli atolli al cambio di marea si forma una corrente fortissima. Avete presente un fiume? Ecco così.

Quindi poco importa se le onde sembrano perfette, se non c’è nessuno sulla lineup (ma chissà perché poi?!) e se la vostra tavola nuova andrebbe benissimo con queste condizioni. Non c’è tavola in grado di affrontare questa condizione, a meno che non sia collegata a un motore a 50 cavalli.

Quindi se il capitano dice “no, non si entra”, fate i bravi, mettetevi a prendere il sole o fatevi un riposino. Noi invece abbiamo insistito. Inutile dire che la corrente ci ha spazzate via dal picco in meno di 50 secondi e se non fosse stato per il dingy e per il dhoni (barche a motore più piccole con le quali l’equipaggio ti porta da uno spot all’altro), saremmo state le nuove protagoniste di Wild—dimensione avventura sperdute in mezzo all’Oceano Indiano.

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Beware of the Sun - Prendete un mappamondo o, se non ne avete uno, un atlante (va bene pure Google Maps) e localizzate le Maldive. Molto bene. Ora prestate attenzione a quella sottile linea rossa che ci corre sopra e spacca il mondo in due parti. Ecco, si chiama “Equatore” e non c’è posto sul pianeta in cui il sole picchi in maniera più violenta. Quindi armatevi di buona volontà e cospargetevi di crema solare manco foste dei “mimi” senza dimenticare neppure un triangolino di pelle. Io mi sono ustionata ovunque. Malgrado la crema. Avevo valutato che il SPF 20 potesse andare bene vista la tintarella residua dell’Indonesia. #Epicfail. Credo che le uniche a tornare a casa con l’abbronzatura da pubblicità Lancaster siano state solo “Bambini” e Elena B (ma inizio a dubitare che nelle loro vene scorra qualche goccia di sangue africano). Per noi altre invece piaghe e bolle come se fossero piovute dal cielo e improponibili segni e linee da abbronzatura presa surfando non proprio con il perizoma di Alana Blanchard.

Arriva il vascello dei pirati - Sulla linea dell’orizzonte si fa spazio un’imbarcazione. No, non sono i pirati, bensì 17 (17!!) surfisti italiani su uno yacht a due piani.

“Il sogno maldiviano sta per trasformarsi in un incubo” pensavo facendo velocemente i calcoli. “ Dunque noi siamo 7, loro 17. I picchi con le sinistre non funzionano per via del vento. Ci sarebbe Pasta Point. Sì, ma tanto a Pasta Point non ci si può andare perché è privato. Jails è troppo piccolo. Ok, ok, molto bene, da domani saremo almeno 24 sul picco. A Sultans”.

Evidentemente il destino ha scelto in maniera diversa per noi e infatti, dopo un paio di belle giornate con una discreta misura, la mareggiata comincia a scendere e, con lei, chiaramente le onde. Non che la cosa ci faccia contente, ma ci rendiamo conto che le onde di un metro ai ragazzi italiani non piacciono tanto e a entrare in acqua sono sempre e solo una manciata. Gli altri saranno rimasti in barca a fare indigestione di cocco — supponiamo.

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Gli ultimi giorni le onde, in effetti, non sono spettacolari come all’inizio. Sono più piccole, ma più che altro c’è sempre un vento laterale che sporca le destre e rende insurfabili le sinistre. Mi dispiace per le goofy sulla barca, ma egoisticamente penso che dopo un’estate di rognosissime sinistre di schiena, queste destre me le merito. E che cavolo! Poi tra poco saremo di nuovo in Italia. Sta iniziando l’inverno e per onde peggiori di queste, con molto più freddo e molta più gente, sarei disposta (e come me tanti altri) a fare 200 chilometri di autostrada. Oltretutto in ufficio mi aspetta del lavoro arretrato che smaltirò forse a Natale, ancora due mesi di studio matto e disperatissimo per l’orale…sempre che abbia passato lo scritto del famoso esame …”ah l’esame”, penso sospirando tornando con il pensiero per un secondo dall’altra parte del globo.

Chiudo gli occhi. Li riapro e per fortuna ci sono ancora le palme. Giulia (R) che sul tavolo della colazione sfida (e batte) a suon di “knuckle push up” Shafy, il capitano in seconda della Dhinasha (la nostra barca). Elena B che chiede se ha digerito e può entrare in acqua in tutta sicurezza. Enzo che lavora con il suo iPad su qualche mercato internazionale. Giovanna che cerca di convincere il capitano a portarci non so dove. Lasciatemi qui per sempre. Vi prego.

Epilogo tragico - La vacanza è invece agli sgoccioli. Siamo tutte felici, malgrado tra poche ore saremo di nuovo immerse nel nostro quotidiano. L’ultimo giorno surfiamo 6 ore di fila. Io e Bambini rischiamo di spaccarci la testa e le tavole con un gioco cretino che però ci diverte tantissimo. Continuiamo a dropparci, su tutte le onde. Ci divertiamo così tanto che lo facciamo anche con gli altri. I ragazzi italiani dell’altra barca sembrano non apprezzare, ma chi se ne frega! Tra un po’ saremo tutti stipati nei sedili di turistica a mangiare “chicken or beef (?)” stracotto con contorno di verdurine di plastica. Molto bene.

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Con un repentino cambio di scenario ci ritroviamo infatti sul primo volo verso l’Italia: Malè-Colombo. Giovanna è rimasta alle Maldive in una guest house per un’altra settimana. Enzo prende invece un volo per Singapore e prosegue verso Bali. Rimaniamo noi cinque. Poco prima dell’atterraggio mi volto verso Giulia (R). Piange. Povera stella, la capisco. Anche io sono tanto triste all’idea di appendere la tavola al chiodo per mesi, lasciare queste nuove amiche e tornare a casa. Guardo a destra. C’è Bambini. Anche lei piange. Mi sento una persona insensibile. Perché non piango pure io? Sono diventata così cinica?! Dopo poco però capisco che l’emotività c’entra poco. Sono i loro occhi a lacrimare, a fare male. Evidentemente oggi abbiamo surfato troppo in quell’acqua piena di micro organismi e coralli in sospensione. O forse è colpa del sole troppo forte. Chi può saperlo? Arrivate a Colombo prendiamo quella che dopo poco si rivela la peggiore decisione possibile. Invece di andare spedite a comprare un collirio (sempre che all’aeroporto di Colombo vendano un articolo simile), andiamo dal medico dell’aeroporto. Dà loro un collirio. Stanno molto meglio. Siamo tutte molto contente e certe di aver risolto il problema nella maniera più “smart” possibile. Andiamo veloci verso l’imbarco del volo Colombo-Fiumicino. Il medico però, senza dire niente né a Giulia né a Giorgia, consegna al Gate un certificato in cui c’è scritto che sono “unsuitable to fly”. Infatti, non appena mostrano il passaporto per il controllo, l’assistente di terra glielo confisca senza tanti complimenti.

Da qui inizia una specie di teatrino dell’assurdo fatto di telefonate all’assicurazione di viaggio, all’ambasciata, pure al presidente cingalese se avessimo avuto il suo numero. Coinvolgiamo i passeggeri nella sala d’attesa, cerchiamo dei medici disposti a screditare ciò che scrive il medico dell’aeroporto. Arriva il capitano. È l’unico la cui parola può fare la differenza. Sa già tutto, ma fa finta di niente. Lo rincorro mentre cammina nel “finger”. “Please, give them your approval to flight”. “I let you know in a sec”. Mi risponde frettoloso, ma poi non riemerge più da quel cavolo di finger che sembra esserselo inghiottito per sempre. Prima di salire sull’aereo aspettiamo che siano andati tutti i passeggeri. Giulia sta seduta in un angolo, Giorgia e Elena B. discutono animatamente con la signorina del gate che ha ancora i loro passaporti. Io spero sempre di vedere la facciona del capitano spuntare da un momento all’altro, ma niente. Le abbracciamo entrambe lasciandole al gate e saliamo sull’aereo in formazione “monca”. Prendiamo posto in fretta e furia. Ci guardiamo preoccupate. Nessuna ha il coraggio di dire niente. Il viaggio è proprio finito.

Postilla - La compagnia aerea ha riprotetto Giulia e Giorgia su un altro volo in partenza per l’Europa. Nel frattempo sono state ospiti di un albergo a poca distanza dall’aeroporto. Dopo due giorni, 400 euro di telefonate tra assicurazioni, parenti e consolati, sono arrivate in Italia, via Parigi, sane e salve. Fortunatamente la loro era solo una brutta congiuntivite.

Il 12 dicembre di quello stesso anno sono diventata la giornalista professionista più abbronzata della mia sessione d’esame.

Le immagini presenti nel racconto sono di proprietà di We Travel We Surf © Copyright 2015

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5 Responses

  1. Carlo Di Stasio

    ” …le onde arrivano con su scritto “giostra: buon divertimento” e non “mina anti-uomo: sto per lanciarti nello spazio come l’uomo cannone”… ” Fantastico commento!! :) :) :)

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