14
ott
2015
18

Ultimo Take Off a Huntington Beach

Storia di un amore non convenzionale.

Rosa. Rosea come il tramonto in un’umida giornata californiana di fine ottobre.

Come la tinta di quella striscia di cielo nel momento in cui il sole scende a baciare il mare.

Nera. Nera come gli abissi dell’Oceano. Come l’inchiostro che macchia il fondale marino, quel punto più profondo che l’occhio non riesce a raggiungere.

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La prima volta che la vidi mi trovavo a Monterey, piccola cittadina nel cuore dell’omonima baia a sud di San Francisco, uno spicchio di luna dove la natura più selvaggia incontra il mare.

Di certo non spiccava in mezzo alle altre per bellezza o perfezione. Non ho mai creduto all’amore a prima vista: non sono quel tipo di uomo.

Razionale per scelta, più che per temperamento, tendo a posare gli occhi su una preda che sia alla mia portata. Magari attraente per qualche particolare messo lì a caso a creare una fortunata coincidenza estetica, come un neo malizioso su un semplice viso acqua e sapone, ma non impeccabile. Puntare troppo in alto non fa per me, è per gli illusi e i sognatori.

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Ne cercavo una senza troppe pretese, insomma, una che non mi “costasse troppo” e che sapesse semplicemente assecondare le mie mosse e donarmi momenti di pace e tranquillità. In fin dei conti, non avrebbe dovuto essere mia per la vita.

Lei se ne stava lì, in piedi, timidamente nascosta in mezzo alle altre. Di altezza era perfetta per me e, anche se non portava bene i suoi anni, emanava col suo aspetto vissuto tutto il fascino di una creatura nata sotto il segno di Al Merrick e lo splendore delle sue glorie passate.

Dipinta a mano da chissà quale eccentrico surfista californiano, con i suoi scarabocchi naif aveva una personalità tutta sua. Sapevo di non essere per lei il primo, né l’ultimo, ma  capii in un istante che era quella giusta, la compagna ideale della mia avventura nelle acque che bagnano la lunga costa tra San Francisco e San Diego.

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La trattativa fu breve: nessun corteggiamento fu mai più facile e soddisfacente. In men che non si dica la mia bella era già stipata nel vano bagagli del camper affittato per il viaggio. Io, diviso tra la smania di regararle un bagno inaugurale e la premura di sistemarla senza che potesse sballottarsi troppo, pregustavo già il momento in cui avrei potuto riportarla fuori da quel posto buio.

L’occasione si presentò di lì a poco, a Pismo Beach: tutte le condizioni di mare e vento giocavano a nostro favore. La spiaggia risplendeva dorata sotto il faro smorzato del sole al crepuscolo e un molo separava le acque della piccola baia, come una passerella sopraelevata in mezzo a una distesa blu che spariva all’infinito. Dopo aver indossato nervoso la muta e cercato il nostro spot perfetto, ci avviammo nelle pungenti acque del Pacifico, che si preparava ad affrontare la movimentata stagione invernale, dopo una dormiente estate.

Non so dire se si contassero più cormorani o local che spuntavano dall’acqua, ma non fu difficile trovare un punto abbastanza appartato per noi, per conoscerci meglio e non essere malvisti dai più esperti durante la delicata fase di rodaggio.

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Il nostro incontro fu perfetto: come due metà in un felice connubio avevamo affrontato le onde del temibile Oceano, particolarmente dolci in quel tardo pomeriggio.

I giorni che mi separavano dalla fine della vacanza si contavano ormai sulle dita di due mani ma il tempo goduto sino in fondo, si sa, scorre a rallentatore e le occasioni di portarsi a casa i ricordi più belli della vita si presentarono numerose da quel primo bagno fino all’ultima tappa più a Sud della mappa: San Diego.

La Pacific Coast Highway, che si srotola parallela alla linea costiera, ci avrebbe condotto dritto alla meta.

Percorrendo una stretta strada a due corsie, lo spettacolare tratto costiero che separa la baia di Monterey da Big Sur è un regalo della natura: tra gli interventi umani più invasivi si possono notare solo verdi campi da golf, impeccabili distese che alternano ville dal valore inestimabile, nel breve tragitto della Seventeen-mile-Drive che sfocia nella cittadina gioiello di Carmel. Il Big Sur, ultima roccaforte eco-sostenibile, chiude geograficamente la parte più incontaminata e selvaggia dello stato, prima di approdare alla più modaiola e cementificata regione di Los Angeles. Rocce rossastre e foreste di sequoie giganti scendono a picco sull’oceano regalando vedute pittoresche; qui non esistono negozi, banche e impianti elettrici: al calar del buio rimane illuminata solo dalla luna e le stelle. Nessuna descrizione è sufficiente a preparare il passante all’esperienza di questa costa rude del Big Sur, di cui amavano scrivere negli anni sessanta poeti e scrittori della Beat-Generation in ritiro spirituale.

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Procedendo verso la zona a nord di L.A., la cittadina di Santa Barbara si crogiola beata nella sua presunta perfezione: ad accoglierti è sempre il sole e la sua quasi fasulla tranquillità, come vivesse ancora sotto i riflettori di un set cinematografico da soap-opera: è il passaggio verso l’estate perenne del sud californiano.

Malibu Beach ci regalò un altro bagno memorabile. Il manto liscio dell’acqua creava le tipiche creste che si propagavano perfettamente parallele dal largo fino a rompersi a riva. Seduto sulla tavola, ad attendere le onde migliori, godevo della vista sulla costa ripida, punteggiata dalle bianche ville Holliwoodiane e dalle palme che sfiorano il cielo: eravamo alle porte della Città degli Angeli.

La breve visita alle più fascinose mete balneari della città, come la fashionista Santa Monica e la hippy Venice Beach, non resse il confronto con l’atmosfera dell’ Orange County: una serie di spiagge e cittadine costiere caratterizzate da un loro fascino tutto particolare. Dalla mecca del surf Huntington Beach, alle esclusive Newport e Corona del Mar, prima di raggiungere Laguna Beach, Dana Point e infine San Clemente.

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Non potemmo evitare di goderci un bagno nelle acque della Surf City: nonostante lo sviluppo edilizio non abbia conferito alla cittadina di H.B. un’atmosfera particolarmente tipica, l’aria che si respira nel lungo ed esteso spiaggione frequentato dai più esperti surfisti è davvero singolare. Ma la smania di arrivare a toccare la mitica La Jolla a San Diego, mi fece decidere di ripassare poi di qui al ritorno del viaggio.

Il senso di pace che raggiungemmo assieme io e la mia tavola nelle meno assediate spiagge della SoCal di Laguna Beach e Dana Point mi ripagò di questa scelta: cavalcare le onde nelle più rilassanti e meno frequentate baiette delle due località non aveva prezzo. Immergersi a Laguna, in parte circondata da Canyon e in parte dalle alte scogliere della costa oceanica, oltre alle sensazioni di benessere che solo questa attività acquatica può darti, regala uno scorcio da cartolina visibile solo da mare a terra.

Arrivammo invece a Dana Point nel momento che precede il tramonto, quando in questo lato di universo il sole cala precipitoso sull’Oceano. La marea era bassa, tanto da lasciare visibile la sabbia bagnata, fino a poco prima nascosta: una coperta dorata luccicante separava il lungomare dalle acque più alte dove ci immergemmo e assecondammo assieme un mare placido, increspato al punto giusto per godere dell’ora più bella. Io, lei, i gabbiani a filo d’acqua e i pochi passanti sulla riva.

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Il giorno successivo, non mi feci scoraggiare dalla passeggiata di circa un miglio che porta a Trestles, spot di fama mondiale a sud della cittadina di San Clemente e a nord della San Onofre State Beach. Questo era per me l’obiettivo ultimo e più atteso. L’unico indizio, giungendo dalla strada principale, era il gruppetto di macchine appostate e gli adesivi attaccati ai paletti segnaletici, ad indicare la via d’accesso al luogo segreto. Tavola sotto braccio e muta in spalla, scesi scalzo lungo il sentiero scosceso di sabbia nascosto tra gli alberi, fino ad arrivare ad una spiaggia costeggiata dalla vecchia ferrovia e da una fabbrica dimessa, non particolarmente bella a livello naturale ma decisamente fortunata per la congiunzione di vento e mare grazie alla sua posizione: l’esperienza si rivelò infatti memorabile e la annovero ancora oggi tra le surfate più belle della vita. Grandi onde oceaniche disegnate dal compasso impeccabile di Madre Natura, venticello tiepido ad accarezzarti sotto un cielo azzurro a perdita d’occhio.

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Impietoso, era giunto tuttavia il momento della riconsegna del camper e del rientro dall’aeroporto di L.A. Quale migliore occasione per rimettere piede nelle acque di Huntington Beach, per un bagno di congedo con la mia compagna di avventura e per tentare di ripiazzarla sul mercato dell’usato in una delle sue bancarelle di tavole ed accessori? Così fu fatto: in acqua il tempo scorse a rallentatore, nel vivere appieno gli ultimi momenti di godimento, schivando tra le lunghe onde i numerosi local più o meno esperti ed audaci. Fu invece breve, purtroppo e per fortuna, il momento della contrattazione col ragazzetto del surf-shop. In pochi istanti, col cuore in gola ma soddisfatto, mi separai dalla mia dolce metà.

L’ho sempre sostenuto: le più belle storie d’amore sono quelle che non durano. Il tempo logora le cose, smorza l’entusiasmo o forse abbassa la nostra soglia di sopportazione. Ed io, la mia piccola Al Merrick, la ricorderò sempre così: stupendamente imperfetta, nel nostro ultimo take-off tra le onde di Huntington Beach.

Racconto scritto da Alessandra Ceccoli, supervisionato da We Travel We Surf.
Tutte le immagini presenti nel racconto sono di proprietà di Alessandra Ceccoli © Copyright 2015

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