1
ott
2015
12

The dark side of Rio

A cavallo fra gli anni ’80 e ’90, mi capitava di andare in Brasile , per lavoro,  mediamente quatto o cinque volte l’anno, con permanenze variabili, da 48 ore sino a due settimane. Rio, San Paolo, a volte Bahia erano le destinazioni e ogni volta il mio tempo libero era, inutile a dirsi, dedicato interamente al surf, dall’acquisto di materiali convenienti, approfittando del cambio e dei prezzi favorevoli, alle ore spese in acqua. Per le permanenze più lunghe ero solito acquistare una tavola in loco: al tempo c’erano due shapers brasiliani (Avelino Bastos eVictor Vasconcelos) che andavano per la maggiore e producevano anche per gli atleti brasiliani impegnati nei circuiti mondiali, quali Gouveia e altri. I negozi erano proprio a due passi dal Break di Arpoador, nella “Galeria river”, un piccolo shopping mall dedicato agli sports radicali, che esiste ancora, in Rua Francisco Octaviano.

Dark_side_of_Rio_06_

A Rio stazionavo presso l’hotel Oton o Al Meridien di Copacabana e di conseguenza i miei ”homespots”  più vicini erano quello chiamato “posto seis”, un beachbreak sulla spiaggia di Copacabana oppure il point sinistro di “Arpoador”, dove difficilmente i locals mi lasciavano onde da surfare, ma ciò non riduceva l’emozione, e comunque cercavo, almeno un minimo, di socializzare, fino a quando, seppur a margine, venni quasi accettato. Gli altri breaks nei dintorni li frequentavo occasionalmente, quando magari affittavo un maggiolino ad alcool ( il combustibile estratto dalla canna da zucchero, più diffuso in Brasile) e andavo all’avventura.

Dark-side-of-Rio-07-foto-internet

Nelle permanenze brevi, mi accontentavo di un bodyboard, che era più semplice da portare in aereo e allora giocavo al massacro, nei closeout di Copacabana o di Leme. Fu lì che conobbi Rinaldo, un ragazzo di colore che incontrai fra un closeout e l’altro e che aveva un body di polistirolo. Surfava sempre nello stesso spot, quando la marea lo permetteva e dopo esserci conosciuti e incontrati diverse volte sulla lineup, presi l’abitudine, durante le pause, di prestargli il mio body, col quale si rivelava un vero talento! Viveva tutto il giorno sulla spiaggia, surfando e vendendo fette di cocomero e ananas ai bagnanti e spesso stavamo a chiacchierare davanti a una “vitamina “ (frullato di frutta) che a volte gli offrivo. Un giorno, parlando delle “favelas” (i quartieri più popolari e poveri che circondano la città, dove anche lui viveva) gli dissi che mi avrebbe fatto piacere visitarli.

Dark-side-of-Rio-05-

Rinaldo si stupì di ciò e mi chiese il motivo; gli risposi che semplicemente avrei voluto vedere cone si vive “davvero”, al di fuori delle strade più o meno leccate dei quartieri del centro.

“Bom, iremos amanha!” (bene, andremo domani) e ci si diede appuntamento per pranzo in un localaccio del centro, dove arrostivano galletti alla brace (non c’eranomolti vegani al tempo) insalate di palmito e pomodoro e si beveva la locale birra Brahma . Ofrii il pranzo e poi andammo insieme alla fermata del primo autobus, al quale ne seguì un secondo, fino al Central,  stazione centrale. Dietro questa si innalzava una delle montagne che contornano la città; percorremmo una strada semideserta , fino all’altezza di una stazione di polizia. Sull’altro lato della strada cominciavano le scale che salivano alla favela. Cominciò l’ascesa sui gradini sconnessi e corrosi dal tempo. Dopo qualche minuto Rinaldo mi disse di togliermi la maglietta (io giravo sempre in maglietta ciabatte e shorts, per non apparire troppo turista danaroso) , affinchè si vedesse che indosso non portavo armi…

Dark-side-of-Rio-02

Nell’ascesa, ogni tanto incontravamo un terrapieno, dove si affacciava qualche stamberga, fra tetti di lamiera, pavimenti di terra, galline,pozzanghere, mosche, qualche cane pulcioso e i primi esseri umani. Uno di questi , dalla porta di una casupola puntò una mano a mò di pistola, verso di me e mi gridò, ridendo: “Gringo!” Rinaldo lo liquidò con un cenno, facendo capire che ero OK, ma io non mi sentivo già troppo ok… Continuammo l’ascesa fra scenari simili, fino ad arrivare alla base di una scalinata più ampia, in cima alla quale si vedeva del movimento. Salimmo e vidi che cos’era: una sorta di guardia armata di giovani, con armi automatiche o pistole e borsoni. Attorno ad essi una fila di clienti che acquistavano droga: coca o mariuana. Eravamo arrivati alla piazza del mercato…

Non so come mi riuscisse di  ostentare indifferenza, ma dentro…

Dark-side-of-Rio-03

Rinaldo incontrò alcuni ragazzetti sui 15-16 anni, che conosceva  e gli disse che ero un amico italiano e blah blah… Risultato:  mi ritrovai nel bar locale, tre metri per tre di catapecchia, con una ghiacciaia e birra per tutti, offerta da me , che cercavo di fare il simpatico, mentre questi ragazzini ( con le pistole infilate nei pantaloni )  mi citavano Paolo Rossi e il calcio italiano (del quale ho sempre saputo poco), fra una birra e l’altra , mente pensavo che avrei voluto essere in qualche altro posto… Comunque andò bene e alla fine lasciammo la  favela, Rinaldo sorridente e io con le gambe un po’ molli. Il giorno dopo, andai con un collega fuori dal centro, alla spiaggia di “Sao Corrado” per fare  un bagno in un posto diverso.

Dark-side-of-Rio-08

Io avevo il solito abbigliamento e il body, mentre il mio collega era un pò meno amalgamato con il look locale e indossava rayban, catenina, maglietta polo sneakers etc… Scesi dall’autobus arrivammo alla spiaggia ed eravamo lì da una decina di minuti, quando, in mezzo alla gente e in pieno giorno, come dal nulla, spuntarono cinque o sei ragazzini che ci circondarono . Il più grande,  più o meno sui dodici anni, fece scorrere l’otturatore di una pistola e me la puntò. Alzai lentamente le mani dicendo in portoghese di stare tranquilli, prendere ciò che volevano e che tutto andava bene e così i più piccoli si avvicinarono, spogliando il mio collega di tutto, fino agli slip e togliendo a me maglietta e le poche banconote infilate in cintura, bene in vista, con cui andavo in giro, per permettermi una bibita o il biglietto dell’autobus. Infine li pregai di lasciarmi la chiave della stanza, che avevo al collo, che tanto era ferro e non valeva niente. Me la lasciarono e, così come erano arrivati, si smaterializzarono.

Dark-side-of-Rio-09-foto-rebuzz.us_

Eravamo incappati in una banda di “meninos de rua” piccolo criminali preadolescenti, spesso fatti di colla e spesso molto pericolosi.Le mie gambe erano ancora più molli (due volte in due giorni!) e rivedevo tutto l’accaduto come in un film….Credo che sia stato uno dei più brutti quarti d’ora della mia vita e c’è solo una cosa bella in questo: poterlo, oggi , raccontare a voi. Ne ho altri, fra i miei ricordi di viaggio: forse la prossima volta…. e saudaçoes do Rio!

Dark-side-of-Rio-10-foto-escoladelmudaromundo

Racconto scritto da Graziano Lai, supervisionato da We Travel We Surf.
Tutte le immagini presenti nel racconto sono di proprietà di Graziano Lai © Copyright 2015

You may also like

Una notte di ordinaria follia
Il pellegrino delle onde

Leave a Reply