25
nov
2015
13

Ritrovarsi

Ci sono viaggi che ti cambiano dentro, altri in cui, semplicemente, ritrovi te stesso.

Era tempo per me di ritrovare me stessa, la mia me stessa più selvatica.

Il monitor mostrava una serie di sfumature di viola e rosso che sembravano i riflessi della mia eccitazione; le prerogative c’erano tutte, perché si sa, noi surfisti mediterranei dobbiamo avere la palla di cristallo moderna ma anche essere bravi a prevedere le mosse di Nettuno ed Eolo, a volte generosi, a volte, spesso, dispettosi.

In ogni caso questa sembrava essere la volta buona.

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Una volta presa la decisione di partire le successive mosse erano state rapide e frenetiche: tavole, letto, fornello, la mitica panda-camper era pronta in poco tempo.

Credo che ogni viaggio di surf sia un percorso dentro noi stessi. Voglio dire, qualsiasi viaggio lo è, ma il surf trip accentua certe sensazioni. L’ingrediente avventura è alto: il confronto con la natura (onde e clima), l’adrenalina del surf e l’ignoto luogo, se tale è, fanno il resto.

L’eccitazione di tutto ciò la sento non appena ho la tavola in macchina e metto in moto.

Per quanto mi riguarda viaggiare in macchina liberi di fermarsi dove e quando si vuole senza dipendere da nessuno è il viaggio ideale.

Indipendenza selvaggia, la chiamo io.

Ed era quello di cui avevo bisogno: riappropriarmi della mia indipendenza, soprattutto d’animo.

I preparativi fanno parte del divertimento, ma a parte il lato ludico ormai so bene che omettere di portare pinnette di riserva e chiavetta, silver tape o un leash di scorta può anche compromettere la vacanza. Senza dimenticare la tazza della colazione…questo può seriamente disturbare il viaggio!

Tutto per essere il più possibile auto sufficienti; libertà totale.

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Ed ecco quindi, si parte.

Mi metto in marcia la sera, per ottimizzare i tempi ed evitare il traffico calcolando di avere anche qualche ora di riposo e di poter surfare all’alba.

Guido buona parte della notte, un paio di soste, ma è l’eccitazione a tenermi sveglia, cosa che succede spesso quando devo surfare il giorno dopo.

Quando arrivo a destinazione preparo il letto in due mosse: sposto la tavola di lato e prendo il suo posto, comodamente sdraiata; sembra incredibile ma non c’è letto più comodo! In effetti c’è un bozzo nel punto in cui mi sdraio, ma che diventa una curva perfetta che segue la mia anca. E’ come avere il materasso anatomico.

Non mi addormento subito perché era un po di tempo che non ero più abituata, le voci di gente che passa e altri rumori mi tengono sveglia, ma alla fine il sonno ha il sopravvento e quando mi suona la sveglia alle sei quasi mi spavento.

Ma l’alba mediterranea è traditrice, Nettuno sembra essersi scordato la sua promessa, la swell è in ritardo.

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Trovo piccole ondine “piacevoli” che reggono il tempo di un bagno prima che si sfasci tutto con il girare del vento, che diventa sempre più incalzante, ma va bene, perché porterà le onde.

Non resta che sfoderare la famosa “pazienza” del surfista e…aspettare.

Faccio un approvvigionamento di leccornie locali perché so che poi non avrò il tempo  di farlo e il supermercato non è vicino; cioccolata è la prima voce in capitolo, una delle gioie legate al surf.

Verso le tre la swell comincia a salire, con un crescendo discreto di vento; non è un problema, sono venuta qui perché questo posto ha bisogno di grosse swell in modo che possano lavorare le baie riparate.

Un’ora dopo, con onde già formate, ho una brutta delusione: lo spot, che non vedevo da tre anni, non lavora!…il fondale sabbioso (maledetti beach break) scavato dal mare è troppo profondo.

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Qui finisce la “pazienza del surfista” ed emerge la natura femminea, salto in macchina e mi dirigo verso un altro spot a circa una quarantina di km: doppio disastro! Altro beach break fuori controllo, troppo esposto, troppo grosso…e io mi sono già infilata la muta.

La swell sta raggiungendo il culmine.

Scatta allora quella fase di “ricerca” che ha spinto i pionieri del surf a scoprire nuove onde; questo naturalmente nei grandi Oceani, ma mi piace divertirmi a “cercare” anche qui nel nostro capriccioso Mediterraneo.

Certo non mi aspetto di trovare l’onda perfetta, ma un po’ di divertimento e avventura sì.

Tecnologia alla mano cerco una baia riparata con un fondale basso o un porto e mi ci dirigo velocemente e speranzosa.

Ed eccolo, lì, il porto “de pesca” con accanto il porticciolo turistico, alla destra del quale in una quasi spiaggia riparata ci sono un paio di persone in acqua. Le onde non sono perfette, ma sono surfabili.

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Parcheggio e osservo la situazione; è meglio avere un atteggiamento riservato quando si arriva in uno spot nuovo, nascosto, e con locali in acqua.

Evito accuratamente di fare foto.

Sono fortunata perché un ragazzo sta entrando in quel momento così vedo dove si entra. Il fondale è di ciottoli e pietre, e mi accorgo che chi prende l’onda non la surfa fino a riva, come chi finisce a riva evita di fare duck-dive…perfetto, rischio roccie a gogo.

Ma la muta addosso sta diventando fastidiosa: entro.

L’acqua è calda e nel momento stesso in cui ho la tavola sotto la pancia, come tutte le volte, ritrovo quella sensazione di essere tutt’uno…io, la tavola, l’acqua intorno a me che scivola via; sento il cuore stretto nella muta che batte forte, l’entrata in acqua in uno spot nuovo è sempre un momento esaltante e adrenalinico.

Poi via, due bracciate e sono in line up.

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Fatico parecchio a prendere la prima onda: bisogna sceglierle bene e alcune portano un po’ troppo a riva; sono “cioppose” e franose, ma sono in acqua e sto surfando, “chissenefrega”!

Dopo un ora inizio ad avere freddo per via del vento, perché l’acqua è bella calda, quindi con una schiuma mi faccio portare cautamente vicino riva, non oso troppo, e poi esco.

Tutto sommato è stato piacevole anche solo per aver trovato un posto nuovo ma non mi ha soddisfatta! Ho ancora speranza nella “scaduta” di domani anche se combattuta dal timore che finisca tutto durante la notte.

Intanto si sono fatte le sette e dovrei andare a cercare un posto per la notte, ma un malvagio pensiero mi è balenato in testa: potrei mettermi in cammino e andare molto più a Ovest, dove c’è un ottimo spot e dove la mareggiata dovrebbe persistere più a lungo. Sono un paio di ore di marcia, ma forse ne vale la pena.

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Come è difficile prendere certe decisioni! quante volte ho invocato un teletrasporto; se poi là non è surfabile mi sono giocata l’alba con il vento off-shore.

Non avere pazienza non premia. Nello stesso tempo so che dovrei fidarmi di più delle mie conoscenze, sia meteo che degli spot.
Però no. Non me la sento. Sono stanca, la strada è brutta.

Mangiucchio qualcosa e mi tornano le forze. Quindici minuti dopo sto facendo benzina e parto!

Per tutta la strada mi tormento sulla mia follia, la strada al buio mi sembra interminabile, eppure i ricordi mi aiutano, non sbaglio nulla nemmeno quando finiscono le indicazioni.

Arrivo a tarda notte; posso solo augurarmi che quello che sento, il fragore del mare, non finisca prima di domani mattina.

Metto la sveglia alle cinque e mezza, e crollo.

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Il mattino dopo è l’alba perfetta: onde di poco meno di un metro lisce, sono pareti azzurro-verdi che si srotolano dolcemente…e lo spot è deserto: il sogno di qualsiasi surfista!

Vorrei non fare nemmeno colazione, ma mentre mi infilo la muta trangugio un po’ di cioccolato e bevo un veloce caffè liofilizzato.

La sabbia è ancora gelida dalla notte e il contrasto con l’acqua calda è esaltante perché dopo due passi mi lancio in quell’abbraccio liquido e tiepido che mi da il buongiorno. Kazuma sotto di me, incollata al petto mi segue, siamo di nuovo una cosa sola in questa alba magica, dentro quest’ acqua trasparente che sembra una piscina…sorrido, guardo i colori che mi circondano, e capisco che questo è uno di quei momenti di “perfetta felicità”.

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Uno di quei momenti che quando cerchi di scriverli, come ora, tentando di tradurre un’emozione in parole, nero bianco, sai già che è un vano tentativo.

Uno di quei momenti per cui valeva la pena di fare tutti quei chilometri questa volta e mille altre ancora.

E la felicità diventa esaltazione presa la prima onda, tanto che mi trovo a risalire verso la line up ridendo da sola per la gioia.

Adrenalina di piacere, schizzi in faccia, i primi raggi del sole sul viso.

Non faccio manovre perché non sono capace, magari “provo” qualche cosa, dentro di me chissà cosa sto pensando di fare, ma il bello è giocare con il mare: una gioia che non ha eguali.

Mi sento parte di tutta l’acqua che mi circonda…quando esco due ore dopo guardo furtiva la riva  ancora deserta, la spiaggia senza orme, e mi sento un po’ animale selvatico pronto a scappare al primo segno umano, sorrido tra me e me, mi sono ritrovata.

…la mia me stessa selvatica.

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Racconto di Guia Zurla, supervisionato da We Travel We Surf.
Tutte le immagini presenti nel racconto sono di proprietà di Giulia Zurla © Copyright 2015

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1 Response

  1. Fed

    Ciao Guia, sei un mito! Bellissimo racconto che mi fa tanta nostalgia per la mia terra.. mi piacerebbe stare in contatto con te, se ti va. Cosi’giusto per vedere e leggere di onde di casa. Ciao grazie. Fed

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