6
nov
2015
15

Non è una disciplina per vecchi

Non è la storia di arials, big wave o paradisi segreti. È la storia di un uomo, un maestro di vita, di quelli che arrivano senza preavviso, da qualche parte in un angolino di Indonesia.

Erano quesi tre settimane che non intrattenevo rapporti con un occidentale, a parte qualche incrocio di sguardi ingrugniti in line-up.

Questa era l’anatomia del mio periodo di isolamento, complice l’umidissima -ma ondosissima- bassa stagione di Lembongan.

C’è qualcosa di magico, e delicatissimo, nel vivere con i ritmi solari, chiacchierando solo con te stesso e il mare, che poi alla fine non sai più a chi appartengono le idee che ti passano per la testa.

 

Il mezzo di Uncle Rod a Bali, Stile a badilate (foto della moglie di Uncle Rod)

Nel patio, verso le dieci del mattino – dopo una lunga sessione di grasse sinistre srotolone – danzando sui miei nove piedi di gioia scucchiaiata – mi stavo apprestando ad avvolgermi nell’amaca, a leggere un altro ed un altro ancora dei libri che avevo raccolto durante un vagabondaggio durato più di un anno. Altro che kindle.

Un amico quadrupede spelacchiato al fianco, posacenere da 420, incenso, colpo d’occhio sui picchi pigri della baia e un gocciolare ipnotico, quasi continuo, in armonia con l’uggia che tutto faceva brillare di esclusivo.

Nusa Lembongan, con alcuni dei suoi paletti omicida. (foto d'archivio della moglie di Uncle Rod)

Dal nulla, scatta una vecchia canzone di Bert Jansh, “Oh padre, dove potrai essere… viaggi sulla Terra come me? Quando passi per la tua strada, puoi sentire la gente piangere?…”

Bel pezzo, ma prima di identificarmici decido di ascoltare la pioggia. Non faccio in tempo a formulare il mio disappunto per il nuovo vicino di bungalow, che una voce roca e allegra incomincia a cantare, improvvisando fuori tempo, alzando la voce alla fine dei versi. Davvero irritante.

I tappi da orecchie che uso per meditare erano più distanti del mio limite di sopportazione, e faccio finta di nulla.

Nusa Lembongan, il nostro tranquillo A-Frame in primo piano e la famigerata Razor+Laceration, i prospettiva dietro le imbarcazioni. (Foto della moglie di Uncle Rod)

Sbircio, e vedo una tavola appoggiata alla ringhiera. Un singlefin più vecchio di me, largo come un SUP ma lungo un metro e mezzo, con uno pad marcio per quasi tutta la lunghezza.

Scatta un pezzo di Devendra (ancora al primo psichedelicissimo album), il volume si alza e compare un omone dai capelli grigi sotto un cappello di stoffe colorate, cadente sui lati, di quelli che si vedono nei video di Woodstock. Mi saluta con un sorriso.

Ricambio, non posso fare a meno di notare un milione di cicatrici su un corpo, una volta massiccio, ora sembrava la pergamena di un enciclopedia di avventure.

Selfie del Vecchio Leone, io ero svaccato un paio di metri dietro di lui

Nel pomeriggio, nonostante la mia severa miopia, vedo il vecchio tritare il picco vicino a suon di off-the-lip ed eterni bottom-turn, inginocchiato sulla sua kneeboard. Legge l’onda come se fosse l’amante di una vita.

La sera, appena seduto, attacca bottone dal tavolo di fianco. Non c’era nessun altro. Prima di poter dare due risposte evasive e piantare il naso nel libro, vengo investito dalla sua gentilezza. Ma c’era di piu’, forse il brillio degli occhi; faccio domande asettiche ma rimango ammaliato dell’innocenza con cui risponde “… si, surfo piu o meno da 50 anni.. certo, tutti i giorni mate!!! a parte quando ero “indaffarato” in Malesia o quando lavoravo sui pescherecci in alto mare… e quella volta, dopo il trapianto di fegato, i miei amici però mi coricavano su un paddle e mi spingevano, come una zavorra, sulla line up, per godermi la scena…” .

Una delle tavolacce classiche del Maestro (la foto è sua, fetish a manetta)

In pochi giorni anelo per il tempo che posso trascorrere ad ascoltarlo, aneddoti tipo quando negli anni ’70 viveva accampato nel deserto, davanti a un picco solitario, o quella volta in cui Michael Peterson (la leggenda) gli ha rubato la TV, nella sua casa di Kirra, o le massime stile “si, gli squali sono come gli alieni, ci sono ma è comodo non pensarci”.

La baia in questione è (o era) una zona di raccolta di alghe, forse la spirulina -articolo che tra i new-age è in voga quanto l’LSD a Goa-.

Gli isolani le raccolgono con la bassa marea, e delimitano i propri orticelli con dei paletti di legno. Sono quegli stessi paletti che, quando l’onda fa lo scavone, emergono come spire medievali affamate di carne umana, precisamente della ciccia di surfsti che mal leggono la parete tubante.

Una foto di Zio Rod quando aveva una trentina d'anni (archivio privato)Una foto di zio Rod quando aveva una trentina d’anni

Un pomeriggio il mare si gonfia, e come sempre esco solo, questa volta padellando in ginocchio fino a quella destra tubante, la famigerata Laceration (che fino ad ora ho “conigliato”) .

In breve? Troppa ambizione, o paura, o ingnoranza. Al primo tentativo spezzo in due la tavola e torno a nuoto, tra i paletti, con qualche graffietto sanguinolento.

Ormai lo chiamo Zio Rod: davanti al patio, sotto la tettoia dei nostri bungalow, si alza in piedi e mi vede arrivare con le pive nel sacco e un moncherino di tavola sotto braccio “Nipote (..Neph..), sembra che tu abbia una storia da raccontare…”.

Uncle Rod e uno degli amici che lo portava a galleggiare in line up dopo il trapianto. QUESTO È IL TIPO DI ENERGIA CHE LO ZIO PORTA IN ACQUA

Con un calmo sorriso mi ricorda che le prove sono li per noi perchè siamo in grado di superarle.

Dopo un pomeriggio trascorso ad insegnargli a usare Facebook -di cui adesso è infognato all’ultimo stadio-, andiamo alla ricerca di una tavola.

Insiste, dice che la cura e’ ancora nelle mani della “vecchia scuola, ma i long son troppo lenti”. Io non sono mai salito su uno di quei micro-thruster indonesiani, e destino vuole che in un angolino troviamo un singlefin ingiallito, tappezzato di ding, qualcosa come un pintail 6.6.

“Questa e’ la cura, Neph. Usciamo a provarla… Adesso, ti va?”

Uncle Rod intubato come se non ci fosse un domani (foto della moglie dello Zio)Uncle Rod intubato come se non ci fosse un domani

Ricordo l’ultima sessione, con Uncle Rod. Non solo per i mille tubi da cui schizzava fuori come un lampo, in ginocchio sulla sua saponetta.

Per il suo entusiasmo. E per avermi insegnato che spezzata una tavola, o le rotule, la schiena e il fegato -come nel suo caso-, l’importante è credere nel prossimo passo.

C’è sempre una soluzione. Dopo quasi dieci anni, mi sento con Uncle Rod ogni settimana, e ancora prendo le onde con un singlefin.

Uncle Rod nel suo homespot in Australia (non mi ricordo di chi sia la foto)Uncle Rod nel suo home spot in Australia

Uncle Rod tritando tubi davanti a casa, Australia (fonte sconosciuta)

Uncle Rod davanti casa in Australia

Uncle Rod, dopo il trapianto di fegato. (archivio della moglie di Uncle Rod)Uncle Rod dopo il trapianto di fegato.

 

Racconto di Davide Barbi, supervisionato da We Travel We Surf.
Tutte le immagini presenti nel racconto sono di proprietà di Davide Barbi © Copyright 2015

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