12
dic
2015
18

Dalla parte di lei

Quando sul sedile posteriore della tua auto il wax è appiccicato alla stoffa grigia come i peli del tuo cane ormai è tardi.

Sei dentro a un viaggio, quello che ancora ignori è che dietro ad ogni tuo viaggio futuro c’è il disegno sottile e celato di un surf trip.

I surf trip si dividono in tre principali categorie, c’è il surf trip settimanale, o quello che spererebbero fosse settimanale, verso lo spot di casa, quello donne escluse

con gli amici del gruppo surf, a tiro di easyjet ( o piano B: furgone) e poi c’è il vostro viaggio.

Il vostro viaggio è quello che vorrebbe farti credere fosse solo vostro, ma bando agli aforismi, è un surf trip.

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Non contare di essere trasportata su un cavallo bianco, ma includi numerose tavole come compagne di avventura. Anche se per te le tavole si dividono in: a punta, onde veloci e con punta arrotondata per onde più lente, per lui in qui si apre un universo che non puoi comprendere appieno, limitati a starci attenta e ad aiutarlo a caricarle; se sposti un longboard, può essere che tu abbia al tuo fianco una persona più tranquilla, in generale rispetto alla vita.

Se il surf trip prevede come mezzo un furgone esiste una sola regola: ama il furgone suo come lui stesso. All’inizio sembra impossibile, il trasporto più intenso che hai provato verso un’auto è ricordarti che tua madre chiamava la sua Due Cavalli bianca e arancione “Gegia” poi stop, ma poi diventa tutto facile.

Innanzitutto anche il furgone ha un nome e dopo aver spiegato a tua nonna che “sto Paolino che vi portate sempre dietro” non è parte di un menage a trois ma un camperizzato grigio metallizzato, scoprirai che è un nome che diventa parte della tua famiglia.

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Ti svegli ad Anglet dietro les Corsaires, l’aria che filtra dal tetto sollevato è fresca, sei riposata e il motivo è che ti ha accompagnato nel sonno il frangersi delle onde, cinquanta metri da te. Sei sola, sono le 8. Apri il portellone, ti infili una felpa, percorri cento metri dalla siepe lungo il vialetto e davanti hai la meraviglia del mondo, del tuo mondo. Anglet al mattino dopo la duna, quando stanno ancora spianando la sabbia, qualcuno di corsa, qualcuno col cane. Lui sarà tra le ombre scure alla line up.

Di solito sta a sinistra, prima del molo, uno due, è lì. Respiri, vorresti non finisse mai.

Se c’è il furgone, come c’è finita della cera sulla tua utilitaria, diciamo amichevolmente, vecchiotta?

Il surf trip settimanale.

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Sveglie all’alba di sabato mattina di un novembre, dicembre, gennaio qualunque, quando si trovano a metà strada, il mezzo diventa ora di uno ora dell’altro e risorgono fino alla mareggiata del mese. Scivolano via i reparti di gente troppo incompetente, gli studenti, i correntisti frustrati, il prozac dei pazienti e gli allenamenti di vecchi imbolsiti, sono di nuovo quattro, cinque, sei amici davanti al mare. D’inverno la Liguria si traveste da Mission, se prosegui forse arrivi ad Ocean Beach, ci sono perfino le palme. Niente fish tacos dopo la session, ma una focaccia ligure appena sfornata; alla Creuza de Ma ormai si guarda il bollettino delle onde come il meteo del tg 5 per programmare quante teglie preparare. A volte tornano col pesto fresco, a volte del basilico in vaso; gli devono spruzzare un aroma sulle foglie perchè qui, tra la nebbia, così, non ne cresce.

Dal molo al parcheggio si va in skate, si arriva prima, si compra Surf Latino e si rientra.

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A volte mi domando se qualcuno non tenga le foto dei figli piccoli tra le pagine, così se le più rompipalle di noi domandano, di sera, prima di spegnere la luce del comodino: -perchè ti stai commovuendo così? – Sbucano quegli occhietti vispi sopra le foto di Maio del servizio alle Mentaway.

Del surf trip donne escluse so troppo poco, stralci di foto, la sera davanti a un panino Americain o di onde la mattina per lo più, prima di entrare, un accenno di qualche conversazione divertente, qualche immagine della surf house un cui dormono intravista su Skype quando chiamano da lì quelli coi bimbi, nel caso un tetto ci sia.

Noi si sa che arrivano a farsi consumare dall’acqua salata, che non consumano acqua dolce che non sia fermentata di luppolo e che di acqua saponata ne vedono ancor meno.Uno dei misteri del surf trip di gruppo per me sono le salviettine umidificate in pacchetto richiudibile.

Quante ne conterrà quel pacchetto? Una cinquantina? Io ne ho trovato uno pieno più di metà nel cassetto di Paolino a luglio di quest’anno, un po’ secco a dirla tutta, risale a Chia, provincia di Cagliari, novembre 2012 giorno più giorno meno.

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Quello di cui sono certa è che un po’ li invidio in queste giornate, per come riescono a stare insieme e  a tornare più in pace col mondo che noi neanche dopo le terme e i massaggi rigeneranti, per quello che riescono a trasferirsi uno dell’altro senza parlare. La maggior  parte di noi dopo 2 ore sulla stessa macchina,  a molte bastano 20 minuti, anche tra sconosciute, ha aperto la sua anima più profonda, spiegando ansie, frustazioni, il collega rompiballe, lo stress, i bambini, passando dalle prime pipì nel vasino, fino alla scelta dello sport perfetto e della scuola giusta, loro no. Loro studiano i venti e come se possedessero scienza infusa dicono da dove entrerà la corrente e cosa porta, parlano di resine, di volumi, di pinnette, di neoprene, di Libeccio e intanto sanno che in quel lavoro, l’altro non ci sta più dentro, che la stanchezza consuma, sanno cosa c’è nel profondo dell’amico forse oltre quello che poi, per davvero, noi, in tutto e per tutto, alle altre donne, non raccontiamo.

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Del nostro viaggio, il surf trip sotto il travestimento di un viaggio a due, è un fluire di immagini. Vorrei averle come le mie foto da bambina in tanti negativi di pellicola da toccare con le dita, vorrei raccoglierle in contenitori blu gialli e rossi come le diapositive di papà.

Imvece sono sotto le palpebre e poi sono in dischetti, sono in cartelle del pc, sono in qualche cornice.

Sono da un molo ad Huntington, sono a Thalia e a Trestles.

Sono a Hooikipa.

Hooikipa prima della strada per Hana, strati di turchese che ricoprono l’azzurro, che scoprono il turchese e raggiungono il  blu. Le croci bianche che invece che terrorizzare sembrano parte dell’Oceano Pacifico, di chi si è buttato in una sfida, credendo in un’onda che nella sua immensità non fosse in grado di offendere, non fosse in grado di danneggiare, come a volte, invece, anche una bellezza immensa, un’emozione fortissima può fare, devastare. Sfioro Jaws, scopro che non la vedremo mai da terra, mandibola d’acqua.

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Padang Padang, dove puoi solo guardare avanti, l’onda su una barriera di corallo. Questa baia e’ bella da mozzare il fiato, la sua idealizzazione nella visione viaggio una trentenne, donna, specie che abbia in mente la filmografia di Julia Roberts ( eat, pray, love) equivale a una baia tra le rocce dove si scende soli per nuotare tra occhi di blu. Nella visione del surfer che l’ha dirottata qui e’ lo spot che un trentenne tavola munito (da Milano a Pietrasanta), uomo, sogna da settembre ad aprile.

Acqua calda, mare cristallino, l’onda per cui per gli anni a venire pagherai una Bintang, in un bar da fighi, 20 euri invece di 3 di una birra Moretti ghiacciata .

La sua scoperta reale e’ di un posto unico al mondo ma con più persone di quelle che un paradiso riesca a contenere, di un bagno che tarda ad arrivare perché sei sulla riva e Julia mica aveva lì le borse coi passaporti per due ed eran solo lei con Berdem’, non c’erano 3 pullman di ragazzi di Java a scattare foto ricordo, e quello è il sogno di Bali, come lo tiri fuori di li’ ? Esce e ti dice:-Una roba pazzesca, l’adrenalina, il corallo sotto di te-   non ci si è davvero abituati , per forza, lo so anch’io che Andorange e’ sabbioso e al massimo a Varazze spunta qualche becco di roccia.

E allora pace per il tuo bagno, tutta la tua ricompensa  sarà a Ubud.

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Sappi, collega di sventura, che ringrazierai ogni giorno della tua vita  Rob Machado e quel docu-film (“The Drifter” 2009), tienilo a mente fin da adesso, tu lo ignorerai ma se  il tuo viaggio comprenderà quella visione che non se ne andrà più  dentro i tuoi occhi, delle risaie dalle due ruote di una bicicletta il merito e’ suo.

Il suo surf trip non avrebbe aperto la mente all’ipotesi – si può sognare all’asciutto e senza leash alla caviglia – se Machado non avesse attraversato quei campi con la tavola in canna, però, forse, ora che è successo, ora che le offerte si lasciano di fiori di dolci in un quadrato di palma, ora che sappiamo che se riderai di più in vita gioierai quando la supererai, questa densa di vita, ora che sai che gli animali dell’isola hanno qualcuno che ha cominciato a preoccuparsi della loro dignità (Bauabali) ora, io non ho più alcun dubbio, se mai mi ha sfiorato, puoi tornare dalla session quando fa buio, uscire all’alba, domani, anche se domani mi alzo presto e torni tardi e anche  se non riusciamo a parlarci, io ero lì e io so.

Jeffreys Bay, uno, due, respiro, sono pronta!

Il prossimo surf trip. Volevo dire. Il prossimo viaggio.

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Racconto scritto da Naike Galimberti, supervisionato da We Travel We Surf.
Le immagini presenti nel racconto sono di proprietà di Naike Galimberti © Copyright 2015

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