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dic
2015
15

Costa Rica: cronache di sopravvivenza

Atterriamo a Liberia la sera della Vigilia di Natale, dopo 22 ore di viaggio, due scali e il ricordo opprimente dei carnali metodi di perquisizione degli agenti doganali di Atlanta.

Oltre a me a rappresentare il surf emiliano ci sono tre ragazzi, che per comodità chiameremo D, K e O.

Siamo tutti a pezzi così prenotiamo una stanza per fighetti all’Hilton Hotel dove ci addormentiamo ascoltando la telecronaca spagnola di “Mamma ho Perso l’aereo” mentre dividiamo un sacchetto di patatine da 15 dollari.

Di buon ora entriamo in possesso di quella che sarà una fedele ma sfortunata compagna di viaggio: una Suzuki Celerio bianco sabbia, un’autovettura volgarmente minuta adatta ad un pubblico di ultraottantenni inclini ad una guida sportiva.

Ci imbarchiamo con una valigia a testa e le sacche delle tavole imbavagliate sul tettuccio.

La prima tappa del trip è Tamarindo che scopriamo essere più che una mecca del surf una mecca delle scuole di surf. I turisti americani hanno invaso non solo le strade, ma l’intero modo di vivere e di pensare della cittadina. Tamarindo da più l’idea di un villaggio vacanza senza recinzioni, dove non occorrono braccialetti colorati per partecipare al buffet.

Il tico (abitante del Costa Rica) che ci vende la paraffina consiglia Playa Langosta come spot principale, che guarda caso è dove alloggiamo.

Lo spot è un rivermouth. Il picco principale è una bella destra che rompe su roccia e sabbia e nelle giornate migliori regala sezioni tubanti. Ovviamente essendo il giorno di Natale si tratta di una di quelle giornate.

Entriamo in acqua con un metro d’onda, la bassa marea e un fastidioso vento laterale. L’acqua è calda e la lineup è tranquilla. Con il calare del sole però la marea comincia a salire ed il vento a scendere. In acqua continua ad entrare gente e i set prendono una certa forma.

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Nelle due ore successive ci limitiamo a guardare. Non ci viene concessa nemmeno un’onda. Soprattutto quando siamo in precedenza. Faccio un drop clamoroso ai danni di un ragazzino del posto con la faccia scavata degna di un gulag e torno a riva fingendo di non capire gli insulti.

D mi aspetta scuotendo la testa: “Siamo lo scarto del surf”, ammette. Volgo lo sguardo verso O. E’ stato risucchiato via dalla corrente del fiume e per salvarsi si aggrappa disperatamente ad una liana. Un gruppo di ticos sbronzi lo deride malamente e io capisco che D ha ragione. Siamo lo scarto del surf.

Alla sera affoghiamo il nostro stato d’inferiorità in una bottiglia di rum panamense e decidiamo all’unanimità che Playa Langosta va conquistata all’alba. Per i successivi dieci giorni ci svegliamo alle cinque del mattino e siamo sempre tra i primi ad arrivare sulla lineup, dove per un’oretta buona possiamo permetterci il lusso di scartare qualche onda. Purtroppo lo swell è in calare ma all’alba e al tramonto, con la giusta marea, un bagno salta sempre fuori, swell o non swell.

Quindi dopo aver salutato il sole sull’home spot, solitamente ci spostiamo in gite giornaliere a Playa Grande o a Playa Tamarindo.

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La prima è un paradiso naturale, dove una spiaggia sconfinata e perpetua ti percorre le viscere costringendoti a sederti per ammirarla una volta ancora. La giungla da una parte e l’oceano dall’altra. Il tutto stuprato da ville smisurate e assurde, abitate e sub-affittate da gringos di livello superiore per gringos di livello superiore.

Il surf a Playa Grande è accettabile, in questo periodo e senza nessun swell all’orizzonte. L’onda è solitamente un beach break, ma essendo Playa Grande un territorio comparabile con il lungomare della Versilia è ovvio che il numero di spot, molti di quali secret, non è facile da quantificare.

Playa Tamarindo è tutto l’opposto. Non esiste tregua, ne via di fuga a Playa Tamarindo. Il picco principale è una bella destra alla foce del fiume. Ho visto con i miei occhi diciannove surfisti e quattro coccodrilli partire sulla stessa onda e fingevano tutti quanti di esserne felici. Longboard, shortboard, bodyboard, non fa differenza. Non è un posto adatto a gente educata così mi sposto sul break dedicato alle scuole. L’onda è un closeout lungo un centinaio di metri che nella migliore delle ipotesi ti permette un re-entry e un atterraggio maldestro tra le braccia di una qualche principiante in perizoma.

Dopo qualche partenza avventata torno in spiaggia dove si consuma il circo dell’aperitivo. Anche stasera. Ogni sera. Musica, alcolici e l’oltraggio sfacciato del turismo di massa made in USA. Per evitare di franare lo sguardo sulla tica sbagliata mi concentro sulle gesta di un longboarder eroico che ha il tempismo di stendere dieci dita sul nose ed evitare il plotone di softboard e corpi galleggianti con un ammirabile disinteresse.

L’ultima uscita prima di lasciare Tamarindo la facciamo a Langosta. Onda piccola e un’inconsueta sintonia con i locali del posto, come se a modo loro volessero salutarci.

L’incantesimo viene spezzato da un surrogato di californiano in tenuta da contest che entra con la sua pinna laterale nella tavola di O. La apre come il burro. Non è una ferita che si rimargina e quello non vuole pagare. Si tratta infatti dell’unico californiano sprovvisto di carta di credito.

Dopo un’ora di contrattazioni primitive, dove il tizio arriva a barattare una vecchia zia balbuziente pur di essere lasciato in pace, il problema viene risolto da quello che probabilmente è l’americano più carismatico e diretto di tutto il Guanacaste. Stanco del ronzio petulante della nostra discussione, abbandona il suo bagno di sole, sguaina il portafoglio e porge 80 dollari a O. Quello è il suo prezzo. Poi voltandosi verso il californiano soffoca un rutto e gli dice: “Amico, non ti conosco ma adesso mi devi 80 dollari.”

Superata qualche grossa e terrosa collina, raggiungiamo la seconda meta del viaggio: Playa Guiones, nella provincia di Nosara. Il contesto spiazza. C’è una totale disillusione urbanistica in Costa Rica. Lo spazio è talmente tanto e tanto protetto, che le costruzioni sembrano gettate a caso come una manciata di sassi. A Playa Guiones questo è enfatizzato. Il paese consiste in un paio di vie dove fanno da padroni due Hotel, quattro mangiatoie e un surf shop. Il resto è giungla. O così sembra. Viaggiando per i sentieri sterrati, facendo attenzione a non essere investiti da quad e fuoristrada, ci si può imbattere in ville maestose, supermarket per vegani o in paradossali e camaleontici centri benessere dove lo yoga fa da padrone.

La nostra casetta è sulla via principale, a duecento metri dalla spiaggia. Il primo ingresso in acqua non è dei migliori, la spiaggia è vasta e i picchi rompono un po’ ovunque a seconda delle secche. Il vento spinge forte dal mare, l’onda è franosa e nonostante la misura non ha gran forza.

Il mattino dopo la storia cambia. All’alba, il vento dorme e lo spot regala un metro e mezzo glassy. Il livello dei surfisti è abbastanza basso e comunque il numero di picchi permette di trovare sempre l’onda giusta. Essendo un’onda lunga e non troppo impegnativa gli unici grattacapo li danno i longboard che si creano precedenze a piacimento. Ma le lunghe corse in parete, sia destre che sinistre, ripagano l’attesa.

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A Playa Guiones regrediamo allo stadio di surfisti primordiali. Stiamo in acqua sei, otto ore al giorno (alba e tramonto sono sempre i momenti migliori) e sulla terraferma non facciamo altro che ingurgitare scorte stagionali di riso e fagioli prima di finire per litigarci le uniche due amache della casa.

Tra i vari luoghi che ho visitato Playa Guiones avrà sempre un posto speciale nella mia memoria. Le onde inguaribilmente semplici e divertenti e i tramonti disincantati e saturi di colore riescono a ricreare una totale illusione di distacco, più stupefacente e autentica di qualunque atto umano.

Va detto, per dover di cronaca, che nella nostra permanenza lì ci prendiamo una mezza giornata per andare alla ricerca della villa di Mel Gibson, che scopriamo trovarsi in zona. Dopo un attento studio di articoli di gossip e il monitoraggio del territorio grazie all’onnisciente satellite Google, ci prepariamo ad espugnare Casa Gibson. Tutto quello che troviamo è una tenuta sterminata protetta da una muraglia naturale di giungla e oceano, dove uno spregevole cartello sorretto dal filo spinato annuncia la messa in vendita della baracca.

Delusi dal mancato approccio con il divo hollywodiano partiamo per la terza tappa del trip: Playa Santa Teresa.

Per arrivarci abbiamo due possibilità: seguire la strada principale in un viaggio di sei ore o tagliare per la scorciatoia risparmiandone tre. Unica noia qualche piccolo ruscello da guadare. Ma niente paura è stagione secca e il navigatore satellitare raccomanda il percorso come transitabile.

Il primo torrente è una passeggiata, un paio di metri e una profondità inesistente. Ridiamo e ci vantiamo plateale della nostra scelta.

Poi arriva il secondo torrente. Fermiamo l’auto. Qui si parla di una dozzina di metri di acqua e trenta cm di profondità. La mettiamo ai voti.

Nessuno vuole tornare indietro. Tentiamo.

Appena il pneumatico tocca il letto del fiume l’auto si blocca. L’acqua insidia la portiera e le ruote girano a vuoto.

“E’ finita.” proclama rassegnato K.

Spingere non serve a nulla. Fortunatamente un costaricano di passaggio, con un collaudato Hyundai Galloper 4×4, ci presta soccorso dopo averci derisi. Arrangiamo una corda di fortuna e incateniamo le auto.

Non è finita qua, dice, ci sono altri due fiumi da attraversare. E sono anche peggio. Lo paghiamo per il disturbo e acconsentiamo a seguirlo.

Non c’è il tempo di rallegrarsi perché una volta in strada impattiamo con una radice troppo sporgente, nascosta dal terriccio. L’auto si paralizza di nuovo.

“E’ finita.”, ribadisce K.

Il tizio del Galloper non si accorge di nulla e continua la sua corsa. Non risparmiamo il clacson per attirare la sua attenzione. Attiriamo invece quella di un pick-up colmo di ticos. E’ una famigliola in gita domenicale ma qualcosa non va. Sono terrorizzati. Da noi. Gridano.

Gasolina! Gasolina!

Il motore della Celerio sta andando a fuoco.

Schizziamo fuori. La famiglia ha un estintore portatile e spegne l’incendio. Ormai siamo in balia degli eventi, troppo stanchi e demotivati per prendere una qualsiasi iniziativa. Ma non c’è problema perché la celebre solidarietà costaricense viene a galla. Si occupano di tutto. Trovano il guasto (coppa dell’olio), discutono con l’agenzia di autonoleggi e si accordano per il cambio della vettura a Cobano, un paesino a una ventina di km sulla via per Santa Teresa.

A Cobano dobbiamo esserci trainati però. Promettiamo altri soldi al tizio del fuoristrada che accetta di buon grado, tanto da farci chiedere se non sia quello il suo mestiere.

I ruscelli rimanenti non sono un grosso problema ma i tornanti sì. Salire è paradossalmente più facile che scendere. Per evitare che la nostra macchina prenda troppa velocità la agganciamo posteriormente al fuoristrada. Per fare da ancora il nostro audace pilota è costretto ad una serie di manovre a zigzag degne di uno slalom gigante.

Per l’ultima salita, quella “mas brava” ci attacchiamo ad un autocarro perché il 4×4 non ce la fa. Io, per motivi di bilanciamento del peso, vengo esiliato sul cassone del camion. Sto aggrappato alla meno peggio in una perfetta simulazione del surf su grandi onde, perfettamente allineato, piedi saldi, ginocchio in dentro. Solo che invece che scendere si sale. Mi sento Greg Noll, Makua Rothman, Laird Hamilton, mi sento Roy Scheider nel “Salario della paura”. Uno degli operai sul cassone con noi, prega.

A mezzogiorno arriviamo alla fermata dell’autobus di Cobano, esausti, luridi e potenzialmente pericolosi. Nessuno ha il coraggio di guardarci negli occhi.

Ci rimpiazzano la Celerio con un’altra Celerio e ci rimettiamo in viaggio.

Una lunga strada sterrata divide la montagna dal mare. A destra e a sinistra della strada è stata innalzata Playa Santa Teresa.

A Gennaio l’affluenza di giovani turisti, per la maggior parte europei e sudamericani, fa del paesino un centro vivo, festoso, una versione spoglia e introversa di Ibiza dove l’idolo da venerare non è la movida notturna ma (ahimè) il surf.

Qui ritroviamo Antonio e Samantha, una coppia di amici della nostra zona, che hanno deciso di imbrogliare l’inverno trascorrendo due mesi in Costa Rica. Essendo già stati diverse volte a Santa Teresa ci accompagnano con facilità nella vita della cittadina. Conosciamo così diversi personaggi, tra cui alcuni ragazzi italiani che si sono trasferiti lì in maniera permanente. Tra questi c’è Denis, uno shaper siciliano che dopo tanto lavoro è riuscito ad imporsi alla grande sul mercato del posto con le sue Denga Surfboards.

Per quanto riguarda il surf il rapporto con Santa Teresa oscilla tra l’euforia e la delusione.

Anche qui si surfa all’alba e al tramonto quando il vento termico è assente. La lunga spiaggia, che si estende fino a Malpais da una parte e a Playa Hermosa dall’altra, regala una moltitudine di picchi, essenzialmente beach break. L’onda (tra l’uno e i due metri) è ripida e potente nonostante non ci sia nessuno swell serio all’orizzonte, ma nella stragrande maggioranza dei casi il lip esplode in un rocambolesco closeout che lascia poco spazio alle manovre a meno che non si sia in possesso di un floater degno di De Souza.

La lineup è sovraffollata e il livello è abbastanza alto ma con un poco di pazienza si può trovare la partenza giusta e volare in parete all’iper-velocità o, nel peggiore dei casi, finire rigurgitati dalla risacca se si è troppo impegnati ad osservare l’andirivieni arrogante di glutei abbronzati sul bagnasciuga.

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Il resto della permanenza è fatto di falò sulla spiaggia, accese contrattazioni ittiche con i pescatori di Malpais, concerti notturni diretti da scimmie in amore, una sciagurata epidemia gastro-intestinale e l’inaspettato incontro con un sorridente Mel Gibson che, dopo tante peripezie, scopriamo essere un abitudinario avventore del Ginger Café, il bar sotto casa.

Dopo dieci giorni lasciamo Santa Teresa con l’amaro in bocca per non aver potuto prender parte ad uno dei famigerati swell da sud che inebriano la memoria di tutti i locali del posto, ma che ci regala il pretesto per poter tornare in futuro.

L’ultima tappa del viaggio è a Liberia dove dobbiamo alloggiare da un amico di famiglia trasferitosi in Costa Rica da tempo. Nel tragitto all’altezza di Nosara, incappiamo finalmente in un agognato Burger King che dopo un mese di cibo semplice e salutare ha l’aspetto di una prostituta d’alto bordo dopo dieci anni di prigione.

Così in un solare mattino di fine Gennaio mentre le nostre fauci sono piantate nelle membra succulente di un Double Whooper, all’esterno del locale il proprietario di un lussuoso SUV nero si accosta alla Celerio, forza la portiera e arraffa le poche cose reperibili. Niente di valore. Tranne la fotocamera digitale con tutte le foto del viaggio e il passaporto di K.

Lo scherzo ci costa qualche minuto di funambolica blasfemia, una gita al distretto di polizia di Nosara e una scampagnata da sei ore a San José. Questo dopo aver scaricato D e O in un Hotel di Playa Guiones perché O, stremato da un mix letale di lassativi e fermenti lattici, vanta una febbre da cavallo e non è in grado di affrontare il viaggio.

Grazie alle prestigiose conoscenze di K nella questura di Ferrara e ad un frizzante impiegato dell’ambasciata italiana riusciamo ad ottenere un nuovo passaporto il giorno successivo. Abbiamo così il tempo di visitare la capitale.

San José è una maratona delirante di Fast Food e negozi di telefonia mobile, dove ogni abitazione è nascosta da una rigida recinzione antiscasso. La sensazione è che gli abitanti di San José vivano reclusi nelle loro stesse abitazioni per fuggire un crescente numero di furti a mano armata. Ma forse si tratta solo di un’opinione data dalla stanchezza, dal clima polare (di notte si scende sotto i dieci gradi) e dalla improvviso cambio di contesto cui è toccato sottoporci dopo un mese di semi-isolamento.

Per scrollarci di dosso la capitale ci concediamo un’ultima uscita a Playa Guiones. L’ultima di tutta la vacanza. Salendo dall’acqua, nonostante gli sforzi, non ce la faccio a sentirmi malinconico.

Mi sento semplicemente diverso. Le avventure vissute dentro e fuori dal mare hanno trasformato il mio rapporto con il surf, strappandomi via la presunzione di poter o dover ottenere qualcosa.

Divertendomi a scrivere questo pezzo ho sentito la necessità di parlare del surf lo stretto indispensabile, perché il surf trascende la parola, il surf è la sincera e improvvisa affermazione di un movimento eterno, immotivato, che di tanto in tanto ci concede di correre al suo fianco annullando ogni spiegazione o compromesso, sbarazzandoci di noi stessi, per vivere totalmente la contraddizione di un singolo attimo.

Perciò non conviene prendersi troppo sul serio e come dicono giù in Costa Rica: Pura Vida!

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Articolo di Riccardo Marchetto. Tutte le immagini sono di proprietà di Riccardo Marchetto © Copyright 2017

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