12
set
2015
12

Cacciatori di Tifoni

L’appuntamento con i tre ragazzi australiani è alle 20.30 all’aereoporto di Kagoshima, nell’isola di Myazaki,Giappone del sud, sono previsti due tifoni, uno dietro l’altro, misura tanta e periodo ottimo.Il Giappone è un arcipelago d’isole tra l’oceano Pacifico a est e il Nippon kai a ovest, ci sono svariati spots di qualità e alcuni world class ma si attivano solo con i tifoni altrimenti anche sulla costa pacifica é inesorabilmente piatto. Semplificando le cose, il punto è che le swell nell’emisfero nord generalmente si muovono da ovest verso est, la costa oceanica nipponica è però a est e a ovest c’è l’entroterra e quindi non viene raggiunta dalle normali mareggiate, perlomeno finché non arriva la stagione dei tifoni, vere e proprie bombe, pericolosissimi e temutissimi, aeroporti chiusi, traffico marittimo sospeso, pioggia, fulmini e vento ma onde a profusione.Io parto da Osaka e i ragazzi da Tokyo, ho trovato una 6’6’ in extremis, quasi un regalo di un surf shop, prendo un low cost… per ora solo andata 35 euro oltre a 20 per le tavole, carta d’imbarco sullo smartphone. A causa del maltempo hanno cancellato alcuni voli tengo d’occhio lo stato del mio, incrocio le dita.

Sulla metro per l’aeroporto tra uomini d’affari e ragazze piene di buste di shopping sudo ai cambi di linea con la sacca con le tavole e lo zaino, ovunque vado un fiume di lavoratori e di studenti, scale mobili infinite, luci al neon, voci continue di annunci incomprensibili per un treno o per un altro; è la versione patinata di blade runner. Ci sono abituato ormai, sorrido e mi inchino quando serve, provo a dare meno fastidio possibile nei vagoni pieni di persone, sembro spaesato , ma è solo apparenza, mi sento come un’aquila tra i passerotti, ho una 6’0’ e una 6’6’, un mutino, due leash e tanta crema protettiva, non vedo l’ora di aprire le ali.

Puntualissimo il volo, dopo 5minuti un addetto mi porta la sacca con le tavole, fa 2 inchini e sparisce indaffaratissimo, io ricambio l’inchino cercando di abbassare la testa più di quanto avesse fatto lui.

Arrivano i ragazzi; Angelino Magasic è un mio amico da qualche tempo, ci siamo conosciuti in Senegal e poi rivisti in Indonesia, professore di Inglese , sposato con una giapponese, tube rider e discreto charger…soprattutto però grande esploratore, ha surfato ovunque, compreso il med. La sua famiglia ha origini Italo/Croate, il nonno dopo la seconda guerra mondiale ha provato a ristabilirsi a Trieste ma lo hanno mandato via , pare fosse un partigiano di Tito, probabilmente aveva qualcosa di cui farsi perdonare, abbiamo affrontato il discorso una sola volta.

Gli altri sono due gemelli, noto qualcosa di familiare in loro, infatti, come i miei figli sono “half”, papà occidentale e madre giapponese, sono due ragazzini sui 20 anni: Matt e Jordy, dopo le presentazioni di rito inizia subito il racconto dei gemellini che hanno rischiato la vita sulle scale mobili della metro di tokyo con la sacca doppia per le tavole a cui avevano attaccato uno sk8, è subito good feeling, prese in giro e racconti di vita vissuta.

Andiamo a prendere la macchina al rent a car ma vedendo tante tavole e i racks per metterle sul tetto non cela vogliono dare, ci propongono di prenderne una di un livello superiore per poter entrare noi e metterle dentro e non sul tetto come avevamo programmato. Facciamo notare che sul contratto non c’è il divieto di mettere le tavole sul tetto, trattare con i giapponesi è difficilissimo, non parlano inglese e quindi la trattativa è portata avanti da me e Angelino in un giapponese scarso o dalle mogli per telefono ma questo fa calare sensibilmente la nostra affidabilità agli occhi dei nostri interlocutori. E in ogni caso sulle regole i cari amici del sol levante non transigono.

Da buon italiano ho il piano: simuliamo in giapponese una telefonata a un amico immaginario che ci dovrebbe venire a prendere al distributore vicino ed io e i gemellini ce ne andiamo a piedi in una direzione concordata, Angelo quindi dice al personale del rent a car che non c’è problema e che avevamo trovato una soluzione, sale da solo in macchina con tutte le tavole dentro, si infila in una stradina dove ci eravamo dati appuntamento, mettiamo le tavole sul tetto con le cinghie e via.

Ora ci mancano 150 km al posto, dove dormiamo, per fortuna Kogoshima è una piccola città e non c’e’ l’urbanizzazione estrema delle grandi metropoli, siamo usciti subito e preso la giusta strada evitando le carissime autostrade.

Durante il tragitto esce fuori la storia del papà di Matt e Jordy, shaper di successo e big wave rider è stato lui alla fine degli anni 70 a scoprire alcuni dei posti dove vorremmo surfare , i ragazzi non fanno contest, uno di loro si fa le tavole da solo, a quanto pare sono intenzionati a seguire le orme paterne a caccia di bombe (rigorosamente paddle), la specialità della casa è che entrambi surfano anche in switch, anche sopra gli 8 piedi.

Il Giappone rurale è pieno di 7 Eleven e Lawson, piccoli drugstore sempre aperti, ci fermiamo in uno per acqua e snack e Angelino inventa una delle gag che segnerà la spedizione ( e non solo) , entrando mi chiama “ Otosan” che in giapponese vuol dire papà!!! I commessi sghignazzano, i gemellini trattengono a stento, e solo perché mi conoscono da poco, le risate , reagisco chiamandolo “musuco” (figlio) e sorrido facendo finta di divertirmi   ma ormai è fatta; il mio soprannome è Otosan e ogni volta che ci sarà occasione sarò chiamato così in pubblico, purtroppo i giapponesi sono così ingenui che qualcuno penso ci avrà pure creduto.

Arriviamo in un paese portuale, dove dormiremo, ormai è mezzanotte passata, piove e fa 30 gradi, c’è un umidità pazzesca, sembra Bali a Febbraio, forse peggio. Ci apre una signora anziana, lasciamo le scarpe fuori e ci dà le pantofole come da tradizione , contrariamente alle usanze però al posto del tè ci da una lattina di birra a testa, e poi un’altra, dopo le presentazioni formali la signora insiste con la birra ma ci chiamiamo fuori, domani sono previste onde di discreta misura, non è il caso di fare troppo tardi.

Mentre vado in camera di fronte al marito e alla figlia, la padrona di casa mi chiede di levarmi la maglietta perché secondo lei ho un bel fisico, a quel punto insorge Angelino chiamandomi Otosan cento volte e provando lui a spogliarmi, simulo di far vedere il sedere e vado a dormire.

Sveglia alle 6, tardissimo per un posto dove già alle 4.30 c’è luce, riesco a stare a letto fino alle 7 ma poi mi buttano giù dal letto, anzi dal futon. Fuori piove, il cielo è plumbeo, ci sono i soliti 30 gradi e si sente il fragore della risacca misto al soffiare del vento, ci saranno 10/15 nodi da mare non troppo , ma di sicuro non è liscio.

Per evitare di fare colazione a base di pesce e tè, andiamo al solito 7 eleven , questo però ha una particolarità infatti è di fronte a due spot, Curren’s point in onore di Tom Curren che lo surfò per primo e il molo interno del porto, un’onda tipo Bingin che inizia su un tavolato di roccia e prosegue crescendo di misura per poi fare un close-out alla fine.

Il posteggio è pieno di minivan di surfisti giapponesi (quasi tutti hanno un minivan con ogni gadget possibile dentro, ma in acqua non c’è nessuno in nessuno degli spot, il mare è enorme, la sinistra del porto è una palla di schiuma, quando la serie arriva al molo a volte la schiuma lo supera fra gli schizzi e le grida di stupore dei surfisti, più in la Curren’s point regala qualche destra surfabile ma quando arriva la serie frange 500 mt più a largo pulisce tutto e si capisce che mantenere la posizione è impossibile.

Continua a piovere e c’è vento side, gli australiani decidono per un no che io accolgo con gioia e interpreto come un segnale divino di prolungamento della mia vita. Naturalmente destiamo curiosità e simpatia nel parking anche perché siamo strani davvero, io e Angelo pelati e sulla quarantina, entrambi chiari di carnagione con gli occhi chiari, i gemellini scuri scuri ,con gli occhi a mandorla ma i tratti occidentali, giovanissimi e con i capelli lunghi otteniamo così preziose informazioni dai local; la marea è bassa, il tifone è grosso, il vento è da sud, ma nessuno ci dice dove potrebbe essere buono!!!!

Non c’è bisogno d’info però perché Angelino ha fatto bene i compiti a casa e la mattina, dopo aver visto su internet le boe, che aimè sul med non ci sono più, è stato al telefono con un amico del papà dei gemellini e si è fatto consigliare dove andare e quali opzioni privilegiare, si punta verso sud quindi, c’è qualche point da vedere e un altro porto dove potrebbe essere buono e poi dopo un centinaio di chilometri la costa piega verso ovest in maniera decisa.

Stiamo stretti in 4 dentro una Yaris, il tergicristalli si muove a intermittenza, la regolazione dell’aria condizionata non soddisfa mai nessuno per non parlare della scelta musicale ma su una cosa andiamo tutti d’accordo, bisogna trovare un point, uno slab, una qualsiasi onda abbastanza riparata dal vento e ordinata per essere surfata ma abbastanza grossa per onorare il tifone che stiamo cacciando.

Finché si può, percorriamo la strada che segue la costa, non esistono spiagge; è un susseguirsi di tavolati, di baie, poi di punte, d’insenature e poi d’isolotti collegati da piccoli istmi alla costa, a un certo punto la strada sale e la costa diventa a strapiombo sul mare,la vegetazione è lussureggiante, verdissima, le strade strette quasi deserte, in cielo è pieno di falchi a caccia come noi che ogni tanto si posano sul guardrail a godersi il panorama delle onde che si infrangono sugli scogli, ogni tanto a ricordarci che stiamo in Giappone e non in Nicaragua qualche porto vero di pescatori.

Ci sembra di vedere un posto buono , ci fermiamo, scendiamo, ci bagniamo per via della pioggia , le dita puntano onde perfette, immaginano linee, poi 5 minuti di nulla, poi 2 minuti di serie enormi e la consapevolezza che non si può stare in acqua, via, tutti in macchina, altro giro, altra corsa, mi ricorda qualcosa, una storm atlantica, una sciroccata jonica.

Passiamo point che ci erano stati consigliati e baie ma sempre senza sorte, a un certo punto la strada va nell’entroterra, 10 minuti poi 15 ma non riusciamo a capire come riprendere la litoranea, decidiamo di chiedere al primo benzinaio , eccolo, ci accostiamo e non posso non notare che sul piazzale ha una gabbia con un maiale dentro, un maiale da guardia!!

Senrimasen doco destà umi? (scusi dove sta il mare?) il benzinaio tentenna, non capisce o non crede ai suoi occhi, forse non aveva mai visto una macchina con così tante tavole sul tetto e con dentro 4 tipi così strani, poi arriva un cliente più giovane, il trucco in oriente è non perdere mai la calma e sorridere infatti il ragazzo ci spiega come arrivare, capiamo il 30% ma la direzione la capiamo, poi azzardiamo con il nome dello spot ma non lo conosce.

Altra gag di Angelino in collaborazione con i gemellini che spiegano al benzinaio che anch’io sono benzinaio in Italia, mi esortano a far vedere come si mette benzina in Italia, a dire quanti litri vendo e altri discorsi tra colleghi, il povero benzinaio sorride, ha finalmente capito che oltre l’obiettiva bruttezza siamo 4 ragazzi normali, non credo però abbia capito o abbia voluto credere a quello che dicevamo, in ogni caso a uno che ha un maiale da guardia non ho nulla da insegnare, ancora mi chiedo però se è sempre lo stesso o è all’ingrasso e ogni inverno lo scannano per ovvie e gustose esigenze alimentari.

Ritroviamo la direzione giusta ma del mare non c’è traccia, abbiamo lasciato le montagne dietro di noi e siamo su una valle con un fiume in mezzo, davanti a noi altre montagne, ancora meno gente e macchine, qua i falchi banchettano addirittura in mezzo alla strada con le carcasse dei dragonfly morti (una specie di cavalletta).

Il telefonino mi dice 3G ed è una cosa buona, in effetti, stiamo nella patria della tecnologia, metto il nome dello spot che stiamo cercando su maps ma mi spedisce nel mezzo del nulla , metto nome dello spot, Myazaki, Japan e inizia a caricare… un fiume, l’oceano, una baia enorme e una punta, il pallino rosso proprio a metà della punta!!!! E’ lui ed è anche vicino. Ora è facile, quando il pallino verde raggiunge il pallino rosso sei arrivato.

Bisogna attraversare il fiume e poi girare a… destra o sinistra? Dipende da come giri il telefono, ci sono dei lavori sul ponte, fa sempre 30 gradi se non di più, ha anche smesso di piovere, quando esce il sole ti mena ma gli operai stanno tutti in divisa da lavoro col caschetto in testa, quelli addetti al (poco) traffico hanno due bandiere, rossa alt e bianca vai, con la bianca vinci anche un inchino.

Naturalmente ci vedono due volte e vinciamo due inchini, il pallino verde aveva iniziato ad andare dalla parte opposta del pallino rosso, chiaro sintomo di direzione sbagliata.

Si passa il fiume quindi, qualche tornante di montagna, verde, verdissimo, poi un villaggio di casette in stile giapponese antico, la strada stretta, cediamo il passo a un minivan, sono surfisti, f..ck vanno via… non è un buon segno. Altre curve e troviamo alla fine di un breve rettilineo un posteggio sterrato incastrato tra due campi di riso, ci sono 5 o 6 macchine, i pallini sul mio smartphone si stanno baciando, vedo il mare, cioè le onde, vento da terra, siamo arrivati, parcheggiamo.

Dove finisce il posteggio sulla destra, inizia una spiaggia costeggiata da un campo di riso mentre sulla sinistra inizia una stradina asfaltata che corre per circa 500mt fino a metà del point per poi piegare verso la montagna che sovrasta il mare , da dove finisce l’asfalto al point vero e proprio ci sono altri 500 metri di sterrato e di diga anti-zunami fatta di cemento e, di ciotoloni e rocce a T o a X a mare.

Le macchine dei local sono tutte sullo sterrato e sulla diga, ma in acqua ci sono solo 3 o 4 ragazzi, mentre camminiamo per vedere meglio notiamo un surfista che sta uscendo dall’acqua; è una scena classica, ha in mano solo la poppa della tavola e la poppa è un pin tail, non ci sfugge neanche la corrente, il tipo esce quasi a strascico letteralmente lanciato dalla schiuma sopra i ciottoli.

Le onde sono fantastiche, sembra un sogno, sinistre lunghissime e di solito aperte, vento da terra, nell’inside tuba ma non con violenza, a fine corsa c’è una roccia nera e grande assolutamente da evitare, il problema più grande sembrerebbe entrare e uscire dall’acqua.

Tempo di risalire fino alla diga e arriva la serie, la musica cambia un po’, il posto regge la misura sicuramente ma le incognite aumentano, ora oltre a uscire e rientrare in acqua si aggiunge il problema che la roccia, che prima era alla fine dell’onda ora è a metà, fare una duck dive senza fare una decina di metri indietro è impossibile si rischia quindi di finirci sopra se dopo aver preso e esser usciti da un onda ne arriva una più grande che ti frange davanti.

Le serie poi sono di tante onde e l’intervallo è molto lungo, bisogna stare attenti a non andare a prendere qualche onda nell’inside ed essere puniti dall’arrivo del set, in più obiettivamente è bello grosso, pieno di acqua e ignoranza.

Mentre notiamo che pochi riescono a prendere buone onde e che ogni tanto arriva una serie che si porta via tutta la parte peggiore di me, inizia a prendere in rassegna tutte le possibili scuse: nell’ultimo mese avrò fatto una sola session decente e sicuramente era piccolo, ho una tavola con cui non ho mai surfato, sento ancora il fuso orario, ieri ho bevuto 3 birre e ho dormito solo 6 ore. In ogni caso nessun surfista sano di mente non si sarebbe buttato, le onde sono pazzesche, partenza, bottom turn e seguire la linea, semplice e basica.

Mettiamo le pinnette e la paraffina oltre a due dita di crema protettiva, mentre faccio la lunga camminata e schivo centinaia di insetti per arrivare al point guardo l’oceano nella speranza di non vedere altri settoni fuori misura che invece inesorabilmente arrivano, mi ripeto le regole non remare mai per la prima del set, non andare a caccia nell’inside, non essere impaziente, stai sereno, respira profondo, due onde cosi e stai apposto per un bel pezzo.

Arriviamo alla diga, i gemellini alla prima pausa tra un set e l’altro si fiondano letteralmente in acqua, uno dei due rimane tipo tartaruga incastrato e sollevato dai ciottoli, alla fine ne esce bene, tanto le tavole se le fa da solo. Io e Angelino ci guardiamo, sorridenti ma evidentemente concentrati, non tesi….. è diverso. Per non fare la fine del gemellino provo a camminare sui ciottoli, quelli tondi e quelli a T vanno bene , quelli a X gli evito, arriva una serie , vorrei farla passare per poi avanzare e buttarmi quindi indietreggio di qualche passo , ho fatto male i conti perché alla terza o quarta onda mi ritrovo un metro di schiuma in movimento di fronte, devo buttarmi e remare non ho alternative. Mi faccio un bel pezzo a corrente tanto che passo dietro la roccia nera ma comunque esco e inizio a remare verso il picco piano piano per recuperare.

Mentre remo mi godo lo spettacolo di onde perfette e deserte che srotolano, il picco è lontano ancora quelle che vedo sono le onde dell’inside, addosso quella sensazione di pericolo ma di emozione, di stupore ma di allarme, come quando non vorresti realmente fare una cosa ma sai che è giusto farla, poi la fai e capisci perché dovevi farla.

In quasi due ore di session prendo 2 onde , la prima è incredibile, sotto gli occhi dei ragazzi che scappavano dal set il drop è fluido e allargo le braccia per non ingavonarmi, allungo il bottom turn per mettermi meglio in parete dove seguo un po’ la linea, poi vedo una cascata d’acqua che mi viene addosso ,l’onda è cava ma non tuba (e neanche so’ se mi sarei messo in un tubo simile) devo cambiare linea, mi frange tutto davanti e non recupero più la parete.

Passo la restante parte della session a cercare un’altra onda cosi che purtroppo non trovo, sono catturato varie volte ma mi salvo sempre facendo le duck dive bene, poi sono preso con uno dei gemellini davanti a me, arriva la schiuma e lui lascia la tavola, prendo la decisione sbagliata e lascio pure io la tavola ma mi si spezza il laccio. Finisco cosi con la tavola fra gli scogli ed io che a fatica riesco a tornare a terra, dopo 5 minuti esce Angelo con un taglio in testa da punti, altri 5 minuti e Jordy spacca la tavola, quando esce pure Matt andiamo a cercare un ospedale e un surf shop.

Il giorno dopo torniamo al point, è uguale, forse un po’ piu regolare ma forti dell’esperienza acquisita ci divertiamo tutti, dopo due giorni cala un po’ e diventa un’onda da manovre, poi andiamo a prendere le destre dall’altra parte della baia. Ma quello che ricorderò sempre come quello delle emozioni più forti è il primo giorno, la ricerca dello spot, la scoperta, la paura, il vincere la paura, quella forte sensazione a fine di giornata, d’insoddisfazione, di esser stato in balia dell’oceano, la voglia di volerci riprovare, di potersi sentire a proprio agio anche in quelle condizioni. Forse il surf è anche questo, la perenne ricerca di un movimento perfetto, di un onda o di una sezione perfetta, di un totale controllo su un elemento che non sarà mai del tutto controllabile e più sale l’asticella più sale la difficoltà.

 Racconto di Lorenzo Parmegiani, supervisionato da We Travel We Surf.
Tutte le immagini presenti nel racconto sono di proprietà di Lorenzo Parmegiani © Copyright 2015
 

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